Abbiamo sempre vissuto nel castello, di Shirley Jackson.

Nonostante gli scarsi segni di vita dell’ultimo periodo, sto continuando a leggere. Questa volta la corazza che mi sono messa addosso è più resistente delle altre, dunque la mia voglia di condividere le letture o i pensieri è stata molto vicina allo zero. Aprire il mio cuore e la mia testa lo ritenevo troppo rischioso, soprattutto perché i pensieri facevano molto più chiasso del solito. Non potevo fare altro che tacere…

Nel pieno del mio silenzio ho scoperto un romanzo che mi ha dato un punto di vista alternativo sul vivere isolati dal mondo, chiusi in casa, anzi in un castello! Due sorelle bizzarre, uno zio invalido, e una insana passione per le piante che possono provocare un avvelenamento istantaneo: “Abbiamo sempre vissuto nel castello”, di Shirley Jackson è un romanzo perfettamente bilanciato tra fiaba e stile noir. Non appena si focalizza l’attenzione sulla dolcezza della fiaba, arriva sempre qualcosa di inquietante o grottesco.

Vi riporto la trama:

Traduttore: Monica Pareschi
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Anno edizione: 2020
Formato: Tascabile
In commercio dal: 26 novembre 2020
Pagine: 189 p., Brossura

«Shirley Jackson è una delle scrittrici più suggestive e strane del Novecento americano. Abbiamo sempre vissuto nel castello, un libro unico e fiabesco, è il suo capolavoro» – Jonathan Lethem“A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce”; con questa dedica si apre “L’incendiaria” di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l’Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i “brividi silenziosi e cumulativi” che – per usare le parole di un’ammiratrice, Dorothy Parker abbiamo provato leggendo “La lotteria”. Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male – un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai ‘cattivi’, ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.

Niente inquieta più del male che si insinua in uno stato di apparente normalità, di un’apparente condizione di equilibrio mentale, fino a quando tutto non si rivela il contrario di tutto. Shirley Jackson narra con voce glaciale e serafica una tragedia familiare, addolcita dalle due protagoniste: Mary Catherine e Constance sono molto diverse tra loro e spesso si ritrovano ad accusarsi a vicenda, senza riuscire mai a comprendere del tutto a cosa si stiano riferendo.

Quel che è certo, è che qualcosa di sconvolgente è accaduto. L’intera comunità ha il terrore di avvicinarsi, o di stare del tempo con queste ragazze ma sfugge sempre quel tassello mancante… Alla fine del romanzo tutto mi era chiaro, nonostante la mia fantasia si sia messa a galoppare: era proprio tutto davanti agli occhi, eppure l’autrice ha fatto in modo che la fantasia del lettore facesse uno sforzo per ricostruire gli eventi. Superate lo scoglio delle prime pagine, fatevi tante domande e cercate le risposte durante la lettura. Tutto ciò che possa risultare inspiegabile, necessita solo di tanta curiosità e lucidità. Quanto male può celarsi dietro un contesto pseudo-fiabesco? Non è anche questa la realtà? Dopo aver letto questo romanzo inizierete a essere diffidenti anche di una semplice pianta.

Manu

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